Libia, la guerra di mare

Agli inizi del secolo scorso l’Italia governata da Giolitti si sentiva pronta a una politica estera di alto profilo e scelse, per esercitare quelli che riteneva i suoi “diritti” di grande o almeno media potenza regionale, la Libia, che all’epoca apparteneva all’impero ottomano. Nella tarda estate del 1911 il governo decise di passare all’azione. Poiché i due contendenti non avevano una frontiera terrestre comune, il ruolo chiave sarebbe stato svolto dalla Marina Militare.

 

In quegli anni la flotta italiana era stata rafforzata con una politica di riarmo che voleva portare l’Italia al rango di vera potenza navale, mentre quella turca, nonostante qualche tentativo di riforma, era rimasta molto indietro. La superiorità militare italiana quindi era schiacciante e tutti si aspettavano una facile vittoria. Aleggiava ancora nell’aria il fantasma della sconfitta di Adua (1896): l’opinione pubblica italiana voleva scacciare quell’incubo e non avrebbe ammesso nessun insuccesso, neppure parziale o momentaneo. Dovevamo vincere, anzi stravincere.

 

Sfortunatamente, le cose non erano così semplici. Il governo italiano guidato da Giolitti voleva sì portare a casa il risultato, ma sapeva anche di non poter irritare le altre potenze, in particolare l’impero austriaco di cui eravamo alleati nella cosiddetta Triplice Alleanza che comprendeva anche la Germania: perciò aveva dovuto promettere che le azioni militari non avrebbero riguardato i Balcani (zona di interesse strategico dell’Austria, la quale non voleva che l’Italia espandesse in questa zona la propria influenza).

 

Tre erano i teatri di guerra: le acque del Mediterraneo centrale e orientale, il Mar Rosso (dove l’Italia disponeva dell’Eritrea, di fronte alla penisola araba) e infine le acque dell’Albania, anch’essa sotto il controllo della Sublime Porta, come si chiamava allora in gergo diplomatico il governo dell’impero turco. Proprio qui, allo scoppio delle ostilità, la Marina militare entrò in azione.

 

29 SETTEMBRE 1911, SI COMBATTE

La marina turca aveva in zona solo poche torpediniere e caccia e quindi non poteva costituire una vera minaccia: tuttavia dai porti dell’Albania potevano partire dei mercantili carichi d’armi verso Costantinopoli o verso la Libia. La guerra scoppiò ufficialmente alle 14.00 del 29 settembre 1911 e già poche ore dopo tre caccia italiani intercettarono e affondarono una torpediniera davanti a Preveza, mentre il giorno dopo il caccia Artigliere attaccò e affondò il caccia turco Tajar davanti a Igoumenizza, porto noto a tanti turisti italiani perché punto di arrivo delle linee commerciali di traghetti per la Grecia. Da Igoumenizza uscì la torpediniera Antalia, che però venne subito colpita dal caccia italiano (aiutato anche dal caccia Corazziere sopraggiunto nel frattempo): costretta a incagliarsi venne centrata da un proietto che colpì in pieno la testata di un siluro ed esplose. A questo punto i mercantili che dovevano trasportare armi e munizioni in Libia rimasero senza protezione e vennero catturati dalle forze italiane nei giorni successivi.

 

Il 5 ottobre l’Artigliere compì una ricognizione offensiva nel porto di San Giovanni di Medua (l’attuale Shëngjin nel nord dell’Albania) e scambiò cannonate e raffiche di mitragliatici con i reparti a terra che difendevano il porto. Un episodio del tutto marginale, che però ebbe conseguenze importanti: la diplomazia austriaca perse le staffe e intimò all’Italia di interrompere le operazioni in quel settore (temeva il rischio di insurrezione nei suoi domini), inviando in zona le migliori corazzate dell’Imperial Marina Asburgica.

 

I poveri comandanti italiani in mare vennero strapazzati dal ministro della Marina Pasquale Leonardi Cattolica: l’azione dell’Artigliere a San Giovanni di Medua venne bollata come “incidente”, e la flotta ricevette l’ordine di uscire subito dall’Adriatico e di starsene ben lontana da lì.

 

Gli sbarchi in libia

In effetti non ce n’era più bisogno: lo scenario principale era diventato quello libico. Qui c’erano le navi della II squadra al comando del viceammiraglio Luigi Faravelli. L’ammiraglio era in un bell’impiccio: il governo chiedeva di agire con decisione per mettere le altre potenze di fronte al fatto compiuto, ma l’esercito non era pronto e si stava raccogliendo nei porti della Sicilia e della Campania.

Per occupare Tripoli Faravelli poteva contare solo sui fanti di marina, circa 1.700 uomini in tutto. Di fronte aveva circa 7.000 turchi che occupavano anche numerosi forti. Il governatore turco cercò di tergiversare il più possibile di fronte alle richieste di resa, ma il 2 ottobre gli venne inviato un ultimatum: il tre, alle 14.30, arrivò sull’ammiraglia un telegramma del ministero che recitava: «Situazione politica esige che si proceda con la massima sollecitudine al bombardamento di Tripoli». Faravelli un’ora dopo, alle 15.30, iniziò a tirare sui forti da 7.000 metri di distanza con i grossi calibri delle corazzate: «Le tre navi gigantesche color di abisso» scrisse un giornalista imbarcato sulla Varese «l’una dopo l’altra, come i grani di un rosario di guerra, scorrevano sul mare lentissimamente e si avvicinavano alla terra in modo impercettibile, con le grandi bandiere di combattimento date al vento turbinoso, voltando l’una dopo l’altra le enormi torri dei cannoni da 343 verso il forte rossastro perduto sulle sabbie nude».

La reazione fu molto debole: al tramonto, le fortificazioni apparivano già smantellate. Il mattino successivo l’azione fu ripresa, ma subito interrotta dato che nessuno rispondeva al fuoco. Una ricognizione della torpediniera Albatros permise di appurare che la linea difensiva turca era ormai distrutta. Il ministero, con un tipico tira-e-molla della politica, mandò un telegramma per scaricare le responsabilità in caso di fallimento: «non riterrei prudente sbarcare... raccomando massima cautela».

 

Per fortuna Faravelli era uomo d’azione e il giorno 5 alle 7.30 le avanguardie, al comando del capitano di vascello Umberto Cagni, sbarcarono a Tripoli. Non ci fu nessuna reazione: i turchi si erano ritirati. Nel corso della giornata tutti i 1.732 uomini di cui si poteva disporre sbarcarono e realizzarono un perimetro difensivo attorno alla città lungo cinque chilometri. La sproporzione di forze era tale che se i turchi avessero attaccato con decisione avrebbero potuto respingere gli assalitori. Cagni però riuscì a dare l’impressione che le sue truppe fossero molto più numerose della realtà, respingendo con forza i primi timidi tentativi dei turchi, e quando questi provarono un attacco massiccio, l’11, era troppo tardi: erano finalmente arrivati i rinforzi.

 

L’ammiraglio Faravelli, subito dopo lo sbarco, aveva rivolto alla popolazione un proclama che tra l’altro diceva: «A nome di S. M. il Re d’ Italia vi assicuriamo non solo il rispetto alla più completa libertà vostra, alla vostra religione, ma anche il rispetto di tutti i vostri beni, delle vostre donne, dei vostri costumi. Vi annunciamo che sarà abolita la coscrizione, vi saranno elargiti i possibili miglioramenti economici e che vi consideriamo fin d’ora strettamente legati all’Italia». Questa intelligente apertura verso la popolazione (che era araba, non turca) venne vanificata dal generale dell’esercito Caneva, che non appena sbarcato impose un governo militare e cercò di trasferire l’amministrazione italiana in Libia senza alcun rispetto per le strutture sociali e religiose locali. I risentimenti provocati da questa ottusa decisione contribuirono non poco a far nascere quella feroce guerriglia che avrebbe insanguinato la Libia per oltre vent’anni.

 

Nei giorni successivi, ulteriori sbarchi permisero di conquistare altri porti importanti: Homs (120 km a est di Tripoli) e Derna il 17 ottobre, Bengasi il 18 (solo qui i turchi opposero una certa resistenza). Il porto di Tobruck  era già stato occupato con un colpo di mano il 4. Nei mesi successivi, la flotta italiana fu impiegata solo in operazioni di sostegno alle truppe sbarcate e nel controllo anticontrabbando (in totale nel corso della guerra furono fermate e visitate oltre 800 navi).

 

MAR ROSSO, TEATRO DELLE OPERAZIONI

Qui l’Italia aveva da tempo la colonia dell’Eritrea con la base di Massaua: non era impossibile che i turchi, per compensare le perdite in Libia, tentassero di occupare i territori italiani partendo dall’Arabia Saudita, e in ogni caso le forze ottomane potevano far passare rifornimenti di contrabbando in Africa. Per fortuna le loro forze navali erano molto modeste: appena una piccola squadra di torpediniere, interessate più a scappare verso nord che ad attaccare gli italiani. Anche le forze della Regia Marina all’inizio erano molto deboli: l’incrociatore-torpediniera Aretusa e la cannoniera Volturno. Subito però vennero fatti affluire rinforzi: l’incrociatore Puglia e l’avviso Staffetta dalla Somalia (già colonia italiana), l’incrociatore Calabria dalla Cina, gli incrociatori Piemonte, Elba, Liguria e Caprera, più i moderni cacciatorpediniere Artigliere, Garibaldino, Granatiere e Bersagliere dall’Italia. La superiorità navale italiana divenne a quel punto schiacciante.

 

Le navi italiane cercarono quelle nemiche per affondarle o catturarle, ma senza successo; in compenso furono costrette a un lavoro di controllo di contrabbandieri, reso delicato dal fatto che queste navi si mascheravano sotto bandiera inglese o fingevano di trasportare pellegrini, e ogni fermo provocava proteste presso le diplomazie europee.

 

Finalmente il 7 gennaio 1912, una squadra composta dall’incrociatore Piemonte e dai cacciatorpediniere Artigliere e Garibaldino scovò le navi turche all’àncora a Kunfida (l’attuale Al Qunfudhah). Erano le cannoniere Ajutah, Ordu, Refahiye, Moka, Bafra, Gökçeda, costruite in Francia, la torpediniera Costamuni, e lo yacht armato Shipka. Solo le batterie costiere aprirono il fuoco contro i caccia italiani in avanscoperta: il Piemonte avvisato via radio forzò l’andatura e alle 16.00 rispose con le sue artiglierie battendo le cannoniere e le postazioni di artiglieria. Al tramonto, tutte le cannoniere erano affondate, incendiate o rovesciate su un fianco, meno lo yacht armato che venne catturato il mattino successivo. Con questa vittoria la superiorità navale italiana nel mar Rosso divenne totale: per il resto del conflitto le unità in zona furono impegnate solo in operazioni di pattugliamento.

 

L’attacco a beirut e ai dardanelli

La flotta turca nel Mediterraneo continuava a restare chiusa nelle sue basi turche, e d’altra parte la diplomazia europea era fortemente contraria a uno sbarco italiano sulle coste ottomane. Solo verso la fine di febbraio il contrammiraglio Revel riuscì a compiere una puntata offensiva su Beirut in Libano con gli incrociatori Garibaldi e Ferruccio, per colpire la cannoniera Avni Illah e la torpediniera Angora che erano state segnalate in quel porto. All’alba del 24 le unità italiane si presentarono davanti al molo, intimando la resa delle navi entro le nove. L’ultimatum però venne consegnato a mano al governatore, e fu letto solo alle 8,40. I turchi avrebbero ceduto volentieri, ma era troppo tardi per segnalarlo al contrammiraglio Revel, che alle 9,05 fece aprire il fuoco. La Avni fu subito colpita, l’equipaggio ammainò la bandiera e si mise in salvo a terra. Il Garibaldi allora affondò la nave con due siluri. Anche la Angora, nel frattempo, era stata affondata dal Ferruccio.

 

La Turchia reagì... non reagendo. La strategia ottomana in effetti fu quella di non riconoscere l’invasione della Libia (il 5 novembre il governo italiano aveva proclamato la sovranità sulla Tripolitanie e la Cirenaica), incassare tutti i colpi degli italiani e di attendere che la comunità internazionale facesse interrompere gli attacchi. Il governo Giolitti allora alzò la posta e nel maggio  del 1912 decise di occupare Rodi e il Dodecanneso. Anche questa volta, la reazione militare turca fu nulla, mentre imperversarono le minacce diplomatiche.

 

A luglio il governo decise di organizzare un attacco ad alto profilo simbolico, ma senza sbarchi né attacchi a postazioni di terra per evitare tensioni con le potenze europee: non restava altro bersaglio: la flotta turca all’àncora nei Dardanelli. Per quanto non avessero mai preso il mare, queste navi rappresentavano una tipica fleet in being (flotta che restava all’àncora) e ancora una certa minaccia.

 

La missione venne affidata al capitano di vascello Enrico Millo che scelse cinque torpediniere d’alto mare: Spica, Climene, Centauro, Astore e Perseo.

 

Nella notte tra il 17 e il 18 luglio le torpediniere forzarono il passo verso mezzanotte. Furono quasi subito scoperte dal proiettore che operava da capo Hellas (quello sul versante europeo) e i razzi di segnalazione diedero l’allarme al resto delle postazioni. Millo portò la velocità prima a 20 e poi a 23 nodi tendosi il più possibile sotto la costa europea, al punto che da bordo si vedevano i serventi turchi dei proiettori: le siluranti furono investite non solo da colpi di artiglieria, ma anche di fucile. L’effetto sorpresa era completamente svanito: le navi italiane tuttavia avanzarono per una quindicina di miglia senza subire gravi danni, fin quasi ad avvistare le unità nemiche alla fonda presso la punta Nagara, quando la Spica, su cui si trovava Millo, incappò in un cavo metallico che bloccò le eliche in un punto in cui i Dardanelli sono larghi poco più di 1.200 metri..

 

A quel punto, scrive Millo nel suo rapporto, «lo specchio d’acqua di prua appariva illuminato come in pieno giorno», ed egli valutò che non ci fosse nessuna possibilità di portare a termine la missione. Per evitare un inutile sacrificio ordinò la ritirata, che avvenne senza che i turchi riuscissero a intervenire: le navi alla fonda infatti avevano i fuochi delle caldaie spenti, e le batterie pesanti non aprirono il fuoco per paura di colpire le postazioni sulla riva opposta.

 

Millo e i suoi uomini vennero accolti con tutti gli onori in Italia, ma la loro azione fu considerata con scetticismo negli ambienti navali internazionali, soprattutto inglesi. In ogni caso il governo turco cadde, mentre la situazione nei Balcani cominciava a precipitare verso la Prima guerra balcanica: il 30 settembre, a un anno di distanza dall’inizio del conflitto italo-turco, Grecia, Bulgaria, Serbia e Montenegro mobilitavano contro l’impero ottomano. La pressione di questa minaccia, portata contro il territorio turco, costrinse la Sublime Porta a cedere, e il 18 ottobre venne firmata la pace di Losanna che poneva fine al confitto.