Il mistero dell’ercole

1° marzo 1861. Nel naufragio di una nave nelle acque di Capri sparirono 72 persone e libri contabili dei garibaldini. Tra i passeggeri Ippolito Nievo (a sinistra), viceintendente generale dei Mille. L’11 marzo 1861 nasceva il Regno d’Italia. Un’armata di 1.085 uomini era sbarcata a Marsala, Sicilia, in breve divenuta di 43 mila uomini. Alla guida di Garibaldi i Borboni erano stati sconfitti, la penisola diventava un unico Paese. Undici giorni prima una nave a vapore naufragava all’altezza di Capri. La violenta tramontana che spirò nelle prime ore del mattino si portò via l’ Ercole, 12 uomini di equipaggio, 60 passeggeri, 232 tonnellate di merce. Con ventinove anni di attività quella nave, requisita dalla Marina sarda, agli ordini del capitano Michele Mancino era vetusta e avrebbe impiegato da Palermo a Napoli 16 ore con tempo buono. Tra i passeggeri di prima classe, scomparvero anche i funzionari militari piemontesi che avevano gestito l’anno prima le confuse finanze dei Mille. E peggio ancora finirono sul fondo del Tirreno le casse con le ‘piastre’ e i preziosi libri contabili. Richiesti con urgenza a Torino dopo che l’ala conservatrice aveva sollevato una questione sulla dubbia amministrazione della spedizione. L’intendente generale Acerbi, il 16 marzo, aveva inviato a Ippolito Nievo, incaricato di riportare nella capitale piemontese la documentazione, un telegramma imponendogli di lasciare Palermo al più presto. Era cosa molto urgente, il governo si trovava in forte imbarazzo. Quel telegramma non fu mai letto. Nievo, viceintendente generale dei Mille, con la sua giubba rossa, seguito dai suoi salì a bordo dell’Ercole senza ascoltare i consigli di Hennequin junior, figlio dell’agente della compagnia Calabro-sicula a cui la nave apparteneva, che suggeriva di partire con l’Elettrico, vapore più piccolo, più veloce e sicuro che avrebbe lasciato gli ormeggi tre giorni dopo. Il 4 marzo alle 13 l’Ercole scapolava il porto palermitano. Seguito tre ore dopo dal Pompei che nel tardo pomeriggio, con mare calmo e assenza di vento, lo raggiunse di poppa. All’alba del giorno dopo la burrasca era nel suo pieno. Lo annotò il comandante del Pompei. Prima arrivò una violenta tramontana che girò a maestrale. Il mare ribolliva, il cielo oscurato, le navi dirette a Napoli giunsero tutte con forte ritardo. Tranne l’Ercole, visto per l’ultima volta nella burrasca da una nave inglese che lo seguiva. A Napoli nessuno si accorse del mancato arrivo. La confusione in quel periodo era al massimo. Governi che si scioglievano, eserciti che passavano di mano, navi che cambiavano bandiera. Solo i portuali si resero conto che il vapore non aveva gettato le cime in banchina. Oramai erano trascorsi troppi giorni: undici. Nessuno si mosse, neppure il ministero della Guerra, né la compagnia marittima, né le autorità portuali. I giornali tacquero, le famiglie rimasero ignare. Nievo, le casse con i soldi e i libri contabili, scomparso. A Torino era in atto una furibonda campagna denigratoria contro i Mille. I giornali continuavano a tacere finché l’opposizione parlamentare fece un tale chiasso che da Napoli partì il Generoso a perlustrare l’ampio tratto di mare tra le Eolie e Capri. Le ipotesi sulla scomparsa erano le più incredibili. Si passava dallo scoppio delle caldaie a sud di Capri, al dirottamento volontario in Albania, dal sabotaggio alla cattura da parte di pirati arabi. A venticinque giorni dal naufragio, l’Omnibus di Napoli pubblicò la notizia del ritrovamento di un naufrago, un vecchio in stato confusionale che raccontò una strana storia che non coincideva. Passarono mesi, infine fu resa pubblica l’inchiesta. Il Pompei aveva visto l’ultima volta l’Ercole alle sei del 5 marzo davanti alle Bocche Piccole di Capri. Il capitano Paynter del vascello HMS Exmouth avvistò il ‘relitto’ 140 miglia da Palermo, sulle coste calabre. La compagnia di navigazione indicava il naufragio alle quattro del mattino, 20 miglia da Capri. La stampa napoletana affermava che l’incidente era avvenuto nel mare d’Ischia e cadaveri erano stati gettati a riva. Il mistero sulla scomparsa del vapore rimane. E’ il pronipote Stanislao che cerca di svelare il mistero. E ritrovare il relitto. Si affida agli archivi delle città maggiormente investite dal Risorgimento, scandaglia biblioteche e luoghi dove possono essere nascoste prove. Una scomparsa avvolta nel mistero. Infine Torino, prima capitale d’ Italia, sede dei ministeri. All’Archivio di Stato individua 500 fasci di carte che riguardano la spedizione, non quello che cerca. La cartella con la dicitura ‘colonnello Nievo’ è vuota. Perché? Salta anche il registro delle navi in attività e perdute del Regno Sardo e delle ‘terre d’oltremare’, Genova e i porti liguri. C’è un Ercole, brigantino a vapore, che navigò tra Tirreno e Atlantico dal 1852 al ‘60. Ma non è lui. Nel 1953 il batiscafo Trieste di Jacques Piccard è a Punta Campanella. Immersioni di prova. Stanislao convince l’esploratore svizzero a cercare la sua nave, in oltre 50 immersioni fino a mille metri Piccard dal suo oblò osserverà resti contorti di naufragi. Stanislao tenta con i sensitivi, coloro che a dir loro sentono e vedono il passato. In tre indicano l’area attorno a Capri, forniscono informazioni sulle anime che abitano quei luoghi oscuri. A quote più basse lo scrittore chiede aiuto ai corallari che si immergono, ma non trovano nulla. Anni dopo, con l’ausilio della SOSS, società di lavori subacquei milanese, tenta una nuova avventura. Si immerge con il loro batiscafo proprio sui punti indicati dai sensitivi. Si imbatte in relitti alla profondità di oltre 250 metri, difficili da identificare. Un mese dopo un secondo tentativo con un altro tipo di batiscafo fino alla profondità di 700 metri sempre tra P. Campanella e Capri. Nulla se non la brutta avventura di rimanere bloccati per un paio di ore. La pinza meccanica si era incastrata in una lamiera e ci volle del tempo per poterla liberare. Infine un’ultima discesa negli abissi: quota 1.000 con un batiscafo PH66 americano. A -700 nel punto indicato dal primo sensitivo un tappeto di detriti, quindi una ‘ruota’, la pala laterale del piroscafo. Spezzata, ma ancora provvista di alcuni raggi in metallo. Il braccio meccanico l’afferra e trattenendola delicatamente la riporta verso la superficie. A 30 metri dal livello del mare la ruota si sgretola fino a staccarsi e ricadere verso il fondo. Il batiscafo si riimmerge, il frammento non si trova ma i due a bordo si ritrovano davanti a una forma di una nave dalla quale cercano di estrarre anche una cassa che si sfalda. L’Ercole, se quello era, ha trattenuto il suo segreto fino all’ultimo. Già nel ‘68, Giulio Di Vita, studioso massone, presenta un rapporto al Collegio Maestri Venerabili del Piemonte. Titolo: ‘Finanziamento della spedizione dei Mille’. Di Vita scopre negli archivi londinesi che i britannici versarono a Garibaldi 3 milioni di franchi francesi in ‘piastre’ oro turche. Una cifra enorme utile per convertire molti dignitari borbonici alla democrazia liberale. La capitolazione di Palermo, si dice, avvenne con l’oro dato al generale Lanza. Innegabile che un manipolo di uomini sbarcati a Marsala mise in fuga 100mila uomini al prezzo di soli 78 caduti. Un simile finanziamento poteva essere opera solo di un governo, quello inglese. Guarda caso lo sbarco avvenne a Marsala, feudo britannico con la protezione di due navi da guerra di sua maestà. E la resa dell’isola fu firmata a Palermo su una nave di bandiera britannica. Lo scopo anglosassone era quello di colpire il Papato, con l’ausilio del generale Garibaldi, noto antipapista, agevolando la formazione di uno stato protestante. Negli anni seguenti altri studiosi avanzano la medesima ipotesi, ma le prove non saltano fuori. Nievo era stato inviato, probabilmente, per raccogliere quanto poteva dimostrare il coinvolgimento del ‘generalissimo’ e nascondere le prove. Il caso del Polluce Esiste un parallelo con un altro carico risorgimentale. Nel 1841 affonda a Porto Azzurro, per un ‘incidente’ mai chiarito il Polluce di Rubattino. Il carico in oro, non registrato, venne cercato, ma mai trovato. Prima da un gruppo di avventurieri inglesi, poi dalle autorità archeologiche italiane. Quando a 103 metri sul fango vidi la nave pensai a quanto Stanislao mi raccontò oltre 30 anni prima in un bar di via Visconti di Modrone a Milano. Era poco più che un grumo di fango nell’immensità del mare. Spuntavano solo due mozziconi di ruote che delimitavano il perimetro dello scafo. Curiosamente le mie ricerche a Torino approdarono ai fascicoli che lui aveva consultato. Vennero alla luce le medesime connessioni, le stesse trame. Anche in questo caso una cartella, quella più preziosa, era vuota. I documenti che avrebbe dovuto conservare non c’ erano più. Anche questo fu incidente o sabotaggio?