Cataldo è Mr. Aprea, un uomo con un motore interiore sempre attivo, fuori dagli standard. A Capri in occasione della presentazione del nuovo Gozzo ci ha raccontato, con passione e una carica travolgente, come è nata la sua ultima creatura: più che un pensiero una visione. «Ho l’abitudine di andare a letto tardi, mi siedo sul divano, accendo la mia pipa e penso. Per Gozzo si è trattato di una visione, ne ho parlato subito con Brunello Acampora, abbiamo messo assieme le nostre idee: uno schizzo dietro l'altro ed eccolo qui dopo sette mesi di gestazione». Accanto alla sua passione per il nuovo c'è tutto l'universo delle barche della tradizione a cui Aprea tiene particolarmente.

170 anni di storia

Il nome Aprea evoca generazioni di maestri d’ascia. Quando è cominciata l’avventura?
«È una grande storia di mare di cui sono fiero. Aprea è una famiglia che realizza barche da 170 anni. Tutto ha avuto inizio con il mio trisavolo, un ragazzo che lavorava a bottega presso un costruttore di barche a Marina Grande a Sorrento Da allora sono passati molti anni, la famiglia è cresciuta, si sono susseguite diverse generazioni tutte con il gozzo “in testa”, ma il primo a compiere un gesto rivoluzionario fu mio padre, quando mise il motore di una Balilla su un gozzo. Sin da quando ero un giovane maestro d’ascia vedevo queste vecchie barche marcire abbandonate e avevo un chiodo fisso: non disperdere la tradizione, ma farla rivivere in chiave moderna. Così sono partito buttando giù disegni e idee».
Lei è stato il primo a lanciare sul mercato il gozzo in vetroresina sollevando molte critiche. Che anno era e come è andata?
«A 24 anni, decisi di lasciare la società di famiglia e nel 1988 a seguito dell'incontro con il mio futuro socio, il costruttore edile Salvatore Pollio, fondai Aprea Mare. L’economia tirava e il successo non tardò ad arrivare, così siamo diventati produttori di classic boat, per usare un termine alla moda, e leader di segmento. Non sono stato il primo ad adottare la vetroresina, ma mi riconosco il merito di aver fatto del gozzo un’icona di stile».
Da dove è partito esattamente?
«Ho preso un modello di legno, l’ho realizzato in vtr tenendo conto della carena, della tenuta di mare, della robustezza e aggiungendo quel tocco di eleganza che mancava».
A un certo punto siete entrati in Ferretti. Il sodalizio, però, non è continuato tanto che avete ricomprato il cantiere. Perché?
«L’incontro con Norberto Ferretti è avvenuto nel 2001, abbiamo venduto al suo gruppo il 70 per cento del cantiere perché volevamo crescere, puntare sull’internazionalizzazione e sul consolidamento del posizionamento del marchio. Nel 2009, con l’uscita di Norberto, erano mancate le condizioni per far parte del nuovo management. L’anno successivo con i figli di Pollio e mio figlio Giovanni abbiamo deciso di ricomprare le quote, ma la crisi era dietro l’angolo e nel 2015 siamo entrati a far parte di Cose Belle d’Italia, una holding che mette insieme eccellenze italiane e che, attraverso Imbarcazioni d’Italia, veicolo controllato al 100 cento, ha sottoscritto un contratto pluriennale per l’utilizzo dei marchi Apreamare e Maestro».

Gozzo, una nuova sfida

Gozzo è, quindi, il simbolo del rilancio? Possiamo dire che la crisi sia alle spalle e si possa guardare al futuro con maggior serenità?
«Il peggio sta passando, ma non torneremo più ai fasti del passato. Nel 2007 al salone di Genova si facevano i fatturati, il leasing impazzava a tutti i livelli. Oggi bisogna produrre barche aderenti alle necessità dei clienti. Ecco perché il prezzo di Gozzo è stato fissato a 235.000 euro (+Iva) con un motore Volvo diesel da 225 cv, si tratta di una barca pronta ad aggredire il mercato. Proponiamo comunque anche una versione bimotore. Un prodotto bello, giovane e vecchio insieme perché porta con sé 170 anni di storia e molta innovazione».
Quanto troviamo di storico e quanto di moderno e come dialogano questi due mondi?
«La prua è la stessa che faceva il mio bisnonno nel 1870, verticale per aumentare la lunghezza al galleggiamento e quindi il dislocamento in modo da dare maggiore velocità e stabilità, la murata alta, il pozzetto spazioso e poi il “tughettino”, una volta rifugio per i pescatori per proteggersi dal cattivo tempo e riparare il motore, adesso “nasconde” una piccola suite per armatore e ospiti. Gozzo è realizzato ovviamente in vetroresina, materiale che offre, rispetto al legno, maggior leggerezza, facilità di lavorazione e un costo inferiore. Ha però un “sapore” molto classico non solo nelle linee, ma anche nei colori (personalizzabili) dello scafo, del bordino, del tagliamare, delle sellerie e della tuga. Negli interni siamo riusciti a garantire altezze di 1,90 m, per il comfort più completo, un layout con due cabine (armatoriale a prua e una cabina ospiti matrimoniale a poppa), una doccia separata e una cucina completa a scomparsa. La coperta è caratterizzata da un pozzetto molto spazioso ripreso dalle barche storiche dove lo spazio doveva essere abbondante per riporre le reti e quindi ecco divani, cuscinerie, chaise longue e tavolo da pranzo».

Inside Gozzo

E a livello di carena qual è il comportamento di Gozzo? A bordo vediamo installati due piedi poppieri. I puristi storceranno il naso…
«La prua profonda e affilata e le forme delle linee di poppa definiscono una nuova tipologia di opera viva, testata grazie a speciali codici di calcolo fluidodinamico (CFD). Grande tenuta di mare, consumi irrisori alle basse velocità, ma anche quelle doti sportive che oggi ci si aspetta, nel massimo comfort, durante la navigazione veloce. Si tratta di un progetto che ottimizza sia la navigazione in dislocamento puro che veloce, preplanata e planata pura, in maniera fluida, garantendo flessibilità di utilizzo, comodità a bordo e grande attenzione al risparmio di carburante. Gozzo è disponibile sia in versione mono che bimotore ed è predisposto per accogliere la più aggiornata tecnologia propulsiva e di navigazione tra cui joystick e cartografia digitale.
Il 90 per cento di questa barca ruota, dunque, intorno allo scafo, si tratta di un lavoro effettuato sull’opera viva. Volendo abbinare al recupero un po' romantico della tradizione l’idea di fare il gozzo del futuro, c’era bisogno di partire dalle fondamenta. Il primo passo è stato realizzare uno scafo che avesse un comportamento ottimale a tutte le velocità di utilizzo quindi il primo aspetto che abbiamo considerato è che doveva andare a 8, 10 nodi perché i gozzi hanno un senso a quella velocità e la tenuta del mare è ottimale. Abbinare a questa scelta un sistema propulsivo che di solito è tipico dei motoscafi e delle carene plananti sembrava un controsenso. Invece, secondo noi, era una scelta logica perché è un sistema propulsivo più efficiente di una linea d’asse. Ci siamo basati sulla nostra esperienza, siamo passati alle valutazioni fluidodinamiche e le prestazioni sono andate oltre le nostre aspettative».
Qual è il vostro armatore di riferimento?
«Ci rivolgiamo alle nuove generazioni, è una barca che parla ai giovani. Dopo Gozzo completeremo la gamma con un 12 metri, un 15 e, se ci sarà richiesta dal mercato, anche con un modello più piccolo».